Al banco del bar, la tazzina accompagna un gesto quotidiano: un espresso, qualche sorso e una breve pausa. Eppure, la storia della tazzina da caffè comincia molto prima delle macchine per l’espresso e attraversa culture, materiali e modi diversi di servire la bevanda. Dalle piccole finçan della tradizione ottomana alle porcellane dei servizi europei, fino alle tazzine del bar italiano, forme e accessori si sono adattati alle abitudini di chi beveva.
Il manico, il piattino e le decorazioni raccontano questa evoluzione, fatta di scambi e trasformazioni. Ripercorrerne le origini aiuta anche a capire come la tazzina sia diventata un oggetto di design, da collezionare o da personalizzare: uno spazio piccolo, ma da secoli capace di raccontare il gusto di un’epoca e l’identità di chi offre il caffè.
Prima delle macchine da bar, il caffè si beveva in piccole tazze che somigliavano solo in parte alla tazzina italiana di oggi. Nella tradizione ottomana, la bevanda veniva preparata con polvere finissima, acqua e, a piacere, zucchero in un recipiente chiamato cezve, per poi essere versata in piccole tazze, lasciando depositare i fondi. Queste tazze, chiamate finçan, accompagnavano un rituale di ospitalità e conversazione: il modo di offrire il caffè contava quanto la bevanda stessa.

Piccole e non sempre dotate di manico, le finçan raccontano un modo di bere il caffè diverso da quello a cui siamo abituati. Lo studio di Joanita Vroom sulle ceramiche e sul cibo ottomano, pubblicato su Historical Archaeology nel 2023, ne ricorda alcuni esempi smaltati tra i reperti archeologici. Le tazza non avevano sempre un manico incorporato: in alcuni casi la presa era affidata a un supporto separato, pensato per maneggiarla senza toccare direttamente la ceramica calda.
Lo sapevi?
Nel 2013 l’UNESCO ha riconosciuto la cultura e la tradizione del caffè turco come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Al centro c’è un rituale di ospitalità e conversazione, in cui il caffè viene servito in piccole tazze accompagnate da un bicchiere d’acqua. Il rito poteva continuare anche dopo l’ultimo sorso: i fondi rimasti nella tazza venivano interpretati per leggere la fortuna.
Il Mediterraneo orientale non si serviva soltanto di vasellame locale. Arrivavano anche porcellane dalla Cina, spesso pensate per il tè, e le abitudini di chi le comprava non sempre coincidevano con quelle di chi le aveva progettate. È uno dei primi esempi di una regola che vale ancora: la funzione di un oggetto cambia più in fretta della sua forma. Secondo lo studio di Joanita Vroom, alcune tazze cinesi originariamente destinate al tè furono adattate al consumo del caffè. A decidere l'uso non fu la forma, ma l'abitudine di chi le possedeva.
Nel XVIII secolo si diffondono le tazze in ceramica di Kütahya, città dell'Anatolia, che circolano dentro e fuori l'Impero ottomano. Talvolta sono accompagnate da piattini coordinati: tazza e piattino parlano lo stesso linguaggio decorativo, un'idea di servizio che le manifatture europee stavano iniziando a sviluppare negli stessi anni.
Nel Seicento il caffè entra nelle abitudini europee attraverso commerci, viaggi e contatti con il Mediterraneo orientale. A Londra, per esempio, la coffee house di Pasqua Rosée apre nel 1652 e contribuisce a far conoscere la bevanda in città. Le caffetterie diventano luoghi in cui incontrarsi, scambiare notizie e discutere di affari: bere un caffè si trasforma così in un’abitudine sociale anche in Europa.
I recipienti non hanno ancora una forma uniforme. Caffè, tè e cioccolata portano sulle tavole una famiglia di oggetti diversi: coppe, tazze alte, piattini, caffettiere, servizi coordinati. Il Metropolitan Museum conserva un bicchiere con piattino in porcellana cinese del 1700 circa, realizzato per il mercato europeo, che poteva servire tanto per il caffè quanto per la cioccolata.
La svolta arriva con la fondazione della manifattura di Meissen nel 1710: la fabbrica sassone diventa il primo centro europeo a produrre porcellana a pasta dura. Il Metropolitan Museum conserva una tazza da caffè con piattino di Meissen datata tra il 1717 e il 1720, tra i primi esemplari della manifattura.
Nel Settecento francese compare la tasse litron, una tazza dalla forma cilindrica, con altezza pari al diametro. La manifattura Bernardaud ne colloca l’introduzione a Vincennes nel 1752 e la descrive come un’antenata della moderna tazza da caffè. In una cultura del caffè già diffusa, questo modello ha già proporzioni regolari e una forma ben riconoscibile. Le pareti dritte offrono spazio a motivi floreali, paesaggi e scene figurative, trasformando la tazza in una piccola superficie da dipingere. La sua storia mostra così come la porcellana da caffè fosse diventata anche un oggetto da esibire, capace di raccontare il gusto e lo stile dell’epoca.
La tazza diventa così parte di un insieme coordinato, da utilizzare a tavola ma anche da esporre. La porcellana permette di coniugare l’uso quotidiano con il gusto per la decorazione: ogni elemento contribuisce all’aspetto del servizio, dalla caffettiera alla zuccheriera, fino al più piccolo piattino. Proprio il piattino merita attenzione, perché il suo ruolo è cambiato nel tempo. Oggi raccoglie le gocce, offre un appoggio al cucchiaino e permette di trasportare la tazza più comodamente. In passato, però, poteva partecipare direttamente al consumo della bevanda.
Curiosità
Il museo Yokoyama documenta che il caffè veniva a volte versato nel piattino per farlo raffreddare e berlo direttamente da lì. Lo mostra una rappresentazione del 1774, The Woman Taking Coffee di Louis Marin Bonnet. Non era un'abitudine di tutti, ma ricorda quanto possano cambiare gli usi di un oggetto che oggi sembra ovvio.
In altri modelli, invece, il piattino era progettato per tenere la tazza ben ferma. È il caso delle trembleuse, caratterizzate da un alloggiamento rialzato che accoglie e sostiene la base della tazza. Questa struttura serviva probabilmente a impedirne la caduta quando il piattino era sorretto da mani tremanti. Le forme e gli usi potevano variare: lo Smithsonian conserva, per esempio, un esemplare con coperchio, verosimilmente destinato alla cioccolata o al caffè.
Nessuna persona in particolare. La tazzina è il risultato di molti contributi: i vasai ottomani, i ceramisti cinesi che esportavano verso l'Europa, le manifatture di Meissen e di Vincennes, i progettisti dei servizi, i baristi che ne hanno fissato l'uso al banco. A un autore si può attribuire un modello preciso, non l'intera tipologia.
La storia più ripetuta sul web riguarda Luigi Tazzini, associato alla manifattura Richard-Ginori, dal cui cognome deriverebbe il nome «tazzina». Treccani ha chiarito che non è così: la parola è attestata nell'italiano scritto già dal 1829, prima della nascita di Tazzini, ed è semplicemente il diminutivo di «tazza».
Anche l'idea che il manico sia un'invenzione novecentesca si scontra con le tazze con manico conservate nei musei, datate al primo Settecento. Progettare una forma, dare un nome a un oggetto e diffondere una tipologia sono tre cose diverse. Un designer può firmare una serie di tazzine senza per questo aver inventato la tazzina.
Nel Novecento le forme si specializzano. Il servizio Campanula, progettato da Paul Follot per Wedgwood intorno al 1923, comprende quattro forme di tazza, ciascuna con il proprio piattino: una per il caffè, una alta per la cioccolata, una larga per il tè e una più piccola per il caffè.
La tazza si disegna in funzione di ciò che deve contenere. Una tazzina espresso, una tazza da tè e una mug non sono lo stesso oggetto in tre misure: cambiano capacità, bordo, spessore e gesto di chi beve.
La tazzina esisteva già da secoli quando le prime macchine da caffè iniziarono a trasformare il servizio al bar. Nel 1901 Luigi Bezzera brevetta una macchina che permette di preparare il caffè direttamente nella tazza, riducendo i tempi di attesa rispetto ai sistemi precedenti.
Grazie all’impiego di acqua calda e vapore sotto pressione, questa innovazione contribuisce a rendere il servizio più rapido e adatto al ritmo dei bar, aprendo la strada alla diffusione dell’espresso.
Nel secondo dopoguerra arriva un’altra innovazione decisiva: nel 1947 Achille Gaggia brevetta un sistema a pistone che, utilizzato nelle sue macchine dal 1948, permette di ottenere un caffè con la caratteristica crema in superficie. Con l’affermarsi dell’espresso, la piccola tazza trova un ruolo sempre più riconoscibile al banco: accoglie una porzione contenuta di caffè, preparata al momento e pronta da bere, con la crema in superficie.
Un recipiente dalle origini antiche entra così nelle abitudini del bar moderno. Le tazzine da espresso di oggi sono il risultato di questo incontro tra la tradizione del servizio e l’evoluzione delle tecniche di estrazione.
Nel Novecento e nell'epoca contemporanea la tazzina diventa anche una superficie su cui sperimentare linguaggi artistici. Un caso noto è la illy Art Collection, nata nel 1992 sulla tazzina disegnata da Matteo Thun: gli artisti intervengono sulla superficie di un oggetto d'uso quotidiano e lo trasformano in supporto espressivo. Il rapporto tra tazza e decorazione ha radici ben più antiche, ma qui prende la forma di un progetto riconoscibile di arte e comunicazione di marca.
La stessa tazzina può avere così più vite: strumento per bere, oggetto di design, ricordo di una mostra. Lo stesso vale per i servizi ereditati o per le tazzine comprate in viaggio: l'esperienza della bevanda si lega al contenitore in cui viene servita, e per questo molte persone le conservano per anni.
Lungo tutta la storia della tazzina da caffè, la superficie ha accolto motivi, iniziali, immagini e segni distintivi. Oggi la stessa possibilità riguarda bar, torrefazioni e aziende: una tazzina da caffè personalizzata può entrare nell'area ristoro, nella sala riunioni, in un servizio di accoglienza o in un regalo, e il logo accompagna il momento della pausa.

Nel corso dei secoli, sulla tazzina hanno trovato spazio decorazioni, iniziali e segni distintivi, espressione del gusto di un’epoca o di chi la possedeva. Oggi, le tazzine da caffè personalizzate proseguono questa tradizione: al bar, in azienda o nella sala riunioni, un logo aggiunge un’identità riconoscibile a un gesto quotidiano.Per un bar o una torrefazione, la tazzina diventa parte del servizio, insieme al caffè e all’ambiente in cui viene offerto. In azienda, può accompagnare l’accoglienza di un ospite, la pausa con i colleghi o diventare un regalo per clienti e collaboratori.
La scelta parte quindi dall’uso: un servizio per il locale, una dotazione per l’ufficio o un set da regalare. Anche la grafica va pensata in funzione del modello e dello spazio disponibile: un logo leggibile e una composizione essenziale aiutano a valorizzare una superficie così piccola.

Una tazzina bianca in porcellana con piattino coordinato e capacità di 80 ml, adatta a bar, hotel e servizi di accoglienza. Si personalizza con tampografia o stampa digitale sulla tazza e al centro del piattino.
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Una tazzina da espresso in ceramica da 40 ml, disponibile in bianco e nero e confezionata singolarmente, pensata per bar, ristoranti e omaggi ai clienti. La personalizzazione può essere in serigrafia rotativa, tampografia o stampa digitale, anche all'interno della tazza.
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Un set di due tazzine in vetro trasparente da 60 ml con piattini in bamboo, in scatola di cartone: un regalo per clienti e dipendenti o un angolo colazione dal tono naturale. Il logo si applica sui piattini in bamboo con incisione laser o tampografia.
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La tazzina da caffè non ha un unico inventore. La sua forma si è sviluppata nel tempo attraverso il contributo di artigiani, manifatture e progettisti. È possibile attribuire a un designer uno specifico modello, ma non l’invenzione dell’intera tipologia.
Non è corretto attribuire a Luigi Tazzini l’invenzione della tazzina. Il suo nome viene associato a questa storia, ma bisogna distinguere la progettazione di un modello dall’origine dell’oggetto. Anche la presunta derivazione della parola “tazzina” dal suo cognome è smentita da Treccani.
Sì, la tazzina da caffè precede l’espresso. Le collezioni museali documentano tazze da caffè già nel Settecento. L’espresso si inserisce quindi nella storia di un recipiente già esistente, il cui utilizzo si è adattato nel tempo ai diversi modi di preparare e servire il caffè.
Circa 25 millilitri, secondo l'Istituto Nazionale Espresso Italiano, che definisce l'espresso italiano certificato come una piccola dose di caffè in tazza. È una quantità legata alla ricetta dell'espresso certificato, non ad ogni caffè servito al bar: un caffè lungo, per esempio, ha un volume diverso.
Finçan è il termine turco per la tazzina: indica le piccole tazze in cui si serviva il caffè nel mondo ottomano. Tra i reperti studiati da Joanita Vroom compaiono esemplari smaltati. Non è un sinonimo esatto della tazzina italiana da espresso, ma un parente lontano, nato per un caffè e un rituale diversi.
Sì, in alcuni casi. Lo studio archeologico di Joanita Vroom riferisce che alcune tazze cinesi originariamente destinate al tè furono adattate al consumo del caffè in ambito ottomano. Non vale per tutte le porcellane importate e non cambia la forma dell'oggetto: cambia l'uso che ne facevano le persone.
Nel Settecento. Lo studio di Joanita Vroom colloca la diffusione delle tazze in ceramica di Kütahya nel XVIII secolo, dentro e fuori l'Impero ottomano. È un riferimento al secolo nel suo complesso, non a un anno preciso, e riguarda tazze destinate al caffè, in certi casi accompagnate da piattini coordinati.
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Joanita Vroom, «They Were Just Eating to Live»: The Social Archaeology of Ottoman Foodways and Ceramics, Historical Archaeology (2023): analizza le finçan, l’uso di alcune tazze cinesi per il caffè e la diffusione delle ceramiche di Kütahya.
Istituto Nazionale Espresso Italiano, Certified Italian Espresso: descrive il profilo dell’espresso italiano certificato, compresa la quantità di circa 25 millilitri.
Istituto Nazionale Espresso Italiano, Espresso Italiano Certificato: caratteristiche della tazza, in ceramica bianca e con capacità compresa tra 50 e 100 ml.
Bernardaud, Coffee cups: storia e caratteristiche della tazza litron.
Bezzera: brevetto della macchina da caffè di Luigi Bezzera del 1901.
Treccani, risposta sull’origine della parola tazzina: attestazione del termine nell’italiano scritto nel 1829.
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